Motivazioni politiche e sociologiche del Progetto Istruzione Futuro

La proposta di legge “PROGETTO ISTRUZIONE FUTURO”, presentata dall’Associazione Democrazia per l’Italia, non è un’utopia ma un progetto responsabile, fattibile e necessario per ridare un futuro alle nuove generazioni. Abbiamo, infatti, valutato che in una scala di valori, la scuola, con il lavoro, è priorità assoluta. Riteniamo pertanto che per ricostruire l’Italia occorra ripartire dalla scuola. Senza efficaci investimenti in scuola, università e ricerca, che riducano il divario rispetto agli altri paesi europei è, infatti, impossibile un modello di sviluppo che sia in grado di affrontare, con urgenza, la crisi economica, sociale, morale ed ambientale in cui il nostro Paese è precipitato. La nostra Costituzione, com’espressione tangibile della democrazia, sancisce diritti inequivocabili per tutti, abbiamo pertanto sentito il dovere di garantire che questi diritti, non rimangano enunciazioni ma che possano diventare realtà. Noi affermiamo che “La scuola riguarda tutti” e per tutti intendiamo non solo i capaci e meritevoli, ma anche coloro che, magari causa un’infanzia difficile, hanno difficoltà d’apprendimento. La scuola e più in generale la formazione, anche degli adulti, è stata per troppo tempo trascurata, solo per un breve periodo, anni sessanta, primo governo di centrosinistra, essa è stata terreno d’impegno: scuola media unica, riforma della scuola elementare e istituzione della scuola materna statale; tuttavia nonostante questi notevoli progressi rimasero discriminazioni, soprattutto nella scuola secondaria, rimasta fondamentalmente classista. A fronte di queste ingiustizie abbiamo avvertito la necessità di proporre con la forza degli argomenti un’idea di scuola pubblica che abbia come suo compito primario quello di concorrere veramente: ” a rimuovere gli ostacoli di ordine economico sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo delle persone umane e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” (art. 3, comma 2 Cost. Rep.).  Con l’avvento della globalizzazione la società è profondamente e rapidamente cambiata, pertanto la scuola non può rimanere estranea a questi cambiamenti, l’aumento vertiginoso delle conoscenze impone, pena il decadimento della società, continue e sempre più difficili scelte per ridefinire un sapere scolastico che sia culturalmente moderno ed efficace sotto il profilo formativo. C’è quindi l’esigenza di un profondo cambiamento, ma non di qualsiasi cambiamento, la scuola, infatti, deve mantenere il suo compito fondamentale, quello di formare coscienze critiche e consapevoli e pertanto riteniamo debba rimanere pubblica, democratica e pluralista. Siamo contrari alla selezione condotta secondo criteri classisti, infatti, la scuola si dimostra incapace di fornire un servizio per tutti e quindi discrimina ragazzi, ritenuti incapaci o svogliati, non considerando i condizionamenti economici, sociali e gli ambienti famigliari di provenienza. Riteniamo fondamentali tre principi: 1) non bocciare 2) ai ragazzi che sembrano inadeguati recuperarli con corsi di sostegno 3) agli svogliati dare uno “scopo”. La scuola va riformata con la creazione di centri educativi improntati alla cooperazione, al lavoro di gruppo e all’apertura al contributo delle famiglie. La scuola non deve pensare ai “sani”, spesso provenienti da famiglie abbienti e d’alta cultura, ma curare i “malati” quelli senza basi economiche e culturali. Soggetti magari lenti nell’apprendere ed anche svogliati che, però, devono sentirsi accolti come fossero i primi della classe e che finché non hanno capito, l’insegnante non procede nel programma. Una scuola dove chi è “lento e svogliato” si senta compreso ed aiutato pare un’utopia, un luogo che non può esistere. Ciò non è vero, occorre fornire a tutti le conoscenze indispensabili per muoversi nel mondo, per comunicare con gli altri e affermare i propri diritti. Per ottenere questi risultati occorre trasformare la scuola in un ambiente in cui s’impara, con gioia, tutti insieme. Precisiamo il concetto d’imparare con gioia. Vale la pena, infatti, che un bambino impari soffrendo quello che può imparare ridendo? L’idea che l’educazione debba essere una cosa tetra e sofferta è errata. Troppo spesso, l’insegnante alimenta nei bambini la paura di commettere errori e infligge umiliazioni se non ha capito, ciò contribuisce ad inibire a non comprendere e ad abbandonare. Cooperazione deve essere il principio base dimostrando come il proverbio “sbagliando s’impara” possa essere usato con efficacia proprio perché gli errori, se sono visti anche nel loro lato buffo, possono diventare fonti d’apprendimento più efficaci di regole imparate a memoria. Proponiamo una scuola dove non ci siano gerarchie fra le materie, ma una finalità unica: la realtà guardata da tutti i punti di vista, a cominciare dalla più importante, fare comunità ed imparare a stare insieme. Il contrario di quello che accade ora dove si applica un metodo di apprendimento finalizzato solo all’ottenimento di un buon voto. La scuola inoltre deve diventare un ambiente in grado di promuovere un apprendimento motivato, condizione necessaria per ottenere buoni risultati in tutti i settori dello scibile umano. Attualmente nelle scuole di primo e secondo grado il sapere prevale sul saper fare, il nozionismo sulla ricerca, il dovere sul piacere. Il sistema stesso dei voti incoraggia il conformismo, i bambini capiscono subito che le loro prestazioni saranno premiate solo se corrispondono alle aspettative dell’insegnante. Occorre che accanto al pensiero finalizzato alla prestazione e al consenso, si dia spazio all’immaginazione perché la fantasia compensa, ripara, diverte e cura. Al termine del percorso scolastico dovremmo quindi avere persone, curiose, creative, capaci di cooperare altruisticamente, dotate di pensiero riflessivo e in grado di assumersi delle responsabilità. La scuola deve riscoprire l’umanesimo, in altre parole ribadire che la destinazione dell’istruzione non è nell’utile e/o nella fabbricazione del profitto ma, nella riproduzione dell’umanità in quanto tale. L’umanesimo è anche un «umanesimo del lavoro». Lavoro senza finalità economiche e professionali ma formativo e dunque orientato non all’utile ma all’impulso creativo, propedeutico ad un tipo di vita associata, un’esperienza in cui ognuno riferisce la sua azione a quella degli altri e la orienta verso l’abbattimento delle barriere di classe, di razza e di territorio che impediscono agli uomini di cogliere il pieno significato della loro attività. Le scienze «utili» – la fisica, la matematica, la geometria, l’economia spesso sono contrapposte all’immaginazione; eppure dovrebbero assecondarla per uscire dalla perdita della «significatività della vita», perdita che contribuisce alla crisi di senso dell’umanità. Occorre pertanto cambiare radicalmente l’attuale organizzazione scolastica che crea esclusione, emarginazione, competizione e frustrazione. In questo contesto materie fondamentali sono: la matematica, la geometria, la fisica, l’economia, le varie discipline tecnologiche ecc…Sono, viceversa, penalizzate la fantasia, la creatività, i sogni, la filosofia, le attitudini artistiche: musica, recitazione/teatro, poesia, pittura, scultura ed anche l’ecologia, intesa come rispetto e conoscenza della natura, nonché le attività sportive. Discipline che, viceversa, concorrono alla realizzazione di una personalità completa. Scuola Unitaria. Pensiamo ad una scuola unica iniziale di cultura generale, umanistica e formativa che conduca i ragazzi fino alla soglia della scelta professionale, formandolo nel frattempo come persona capace di pensare, di studiare, di dirigere o di controllare chi dirige. La soluzione per eliminare una scuola classista è la creazione di “un’iniziale scuola unica, di cultura generale, “umanistica e formativa” che contemporaneamente porti ad uno sviluppo delle capacità intellettuali e di quelle manuali.  Il fine deve essere l’immissione dei giovani nel mondo del lavoro e nella società solo dopo aver raggiunto un certo grado di maturità e capacità, garantendo a tutti una formazione unitaria. La scuola unitaria dovrà rendere autonomi nell’organizzazione dello studio proponendo un “metodo di ricerca e di conoscenza”. Sarà una scuola pubblica e gratuita articolata in modo che l’intero corso si concluda a 18 anni. Da questo tipo di scuola unica, attraverso esperienze d’orientamento, si passerà all’università ad una delle scuole specializzate o al lavoro produttivo. La scuola unitaria, di formazione umanistica e di cultura generale, dovrebbe proporsi di immettere nell’attività sociale i giovani dopo averli portati ad un buon grado di maturità e di capacità. La scuola unitaria necessita che lo Stato si assuma le spese che oggi sono a carico della famiglia. Il corpo insegnante dovrebbe essere aumentato, perché l’efficienza della scuola è tanto maggiore e intensa quanto più piccolo è il rapporto tra maestro e allievi. Ecco dunque che nella scuola unitaria la fase ultima deve essere concepita e organizzata come decisiva per creare i valori fondamentali dell’”umanesimo”, l’autodisciplina intellettuale e l’autonomia necessarie per l’ulteriore specializzazione, sia essa di carattere universitario oppure di carattere immediatamente pratico-produttivo. In questo contesto l’avvento della scuola unitaria significherebbe l’inizio di nuovi rapporti, tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, non solo nella scuola ma in tutta la vita sociale.

Bruno Guermandi

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